Distacco e non appartenenza, storia di un lungo viaggio

Distacco e non appartenenza, storia di un lungo viaggio

Sono una mappa vivente figlia degli anni ’80, sono il 50% di mia madre e il 50% di mio padre, surrogato di migrazioni di quell’Italia che amava il Nord e che facilitava le valigie e gli scatoloni legati con lo spago, pieni di tutto e niente, colmi di pezzi di Sud, di mandorle, di sole, di caldo e dall’odore pungente delle vigne sotto vetro.

Sono nata a Torino nel 1982.

Sono venuta al mondo il 27 giugno – giorno di paga – da papà lucano, migrato a 6 anni insieme alla sua famiglia, e da mamma veneta, nata vicino al Pas-de-Calais, dove gli italiani andavano in miniera e tornavano con la pneumoconiosi, dove si scendeva “negli inferi” e risalivi nero come la pece, salutavi moglie e figli, il tempo di un bacio, una cena insieme, momenti veloci e intimi, per poi rivedersi la settimana dopo. Due anni così, in quel villaggio di mogli di minatori – Libercourt – con Montaner e Conegliano negli occhi, per poi rientrare in Italia con in mano un lavoro nella grigia capitale delle automobili.

Sono vissuta 14 anni in quel piccolo paese della prima cintura di Torino dove la distinzione era netta: come Guelfi e Ghibellini, noi eravamo i non sabaudi e questo poteva voler dire tutto o niente, ma quel “ne” alla fine di ogni frase rendeva anche il più meridionale dei meridionali, un po’ più “gianduiotto”.

Nel 1996 ho vissuto lo strappo: via senza un’apparente ragione, via senza parlarne.
Un camion ha sventrato la mia casa, si è riempito dei mobili della mia cameretta, del divano, la cucina, scatoloni ben chiusi e nominati uno ad uno “cucina / piatti e bicchieri”, “bambine / giochi e varie” e si lanciato in autostrada lungo la dorsale adriatica.

Io e le mie sorelle, in auto con gli zii, siamo arrivati quando era già tutto montato: la nuova casa vista mare era un po’ la mia Torino ma a 765.8 km: c’era proprio tutto, compreso il poster di Jovanotti e relativi baci che avevo delicatamente appoggiato su quella gigantografia ormai consumata.

Ho odiato con tutta me stessa, ho desiderato quanto di più brutto una figlia possa augurare: ho visto la mia vita impacchettata e spedita. Ho pianto.

Ho vissuto la solitudine in adolescenza, ho visto gruppi e comitive divertirsi, ridere, bere, impennare sui motorini, ho visto ragazzi e ragazze scambiarsi baci vista mare, lo stesso mare che ho più e volutamente ignorato. Ho rifiutato e non accettato

Ho pianto. Ho pianto, ho pianto ed ho ancora pianto e lo faccio anche adesso ripensando al mio dolore di piccola donna.
Sono scappata dalla mia vita scegliendo di studiare lontano da casa, di terminare gli studi e poi di trasferirmi in Inghilterra per non stare in quella Vasto – sulla Costa dei Trabocchi, in Abruzzo – che tanto mi stava stretta e che sentivo così diversa, piccola, non parte del mio DNA.

Viaggi, Italia, Francia, Repubblica Sudafricana, viaggi e ancora viaggi facendo mille lavori, dalla commessa in un surfing shop alla cameriera, dalla ragazza alla pari all’assistente di volo. Mille vite in una, mille storie, tante lingue, tanti incontri, tante persone.

1996 – 2018 ventidue anni dopo, come in un film, rivedo quanto fatto e il non detto: un groviglio nel cuore, ancora lacrime in gola ma la consapevolezza che la non appartenenza può significare anche essere liberi di essere di dove vogliamo essere.

Oppure semplicemente è voglia di andarsene.