Kindred spirits: siamo tutti migranti

Kindred spirits: siamo tutti migranti

La vita da expat, i nuovi legami, le leggi che cambiano:

quell’equilibrio instabile che non vedi barcollare finché non hai la quasi certezza che qualcosa, quel sogno che hai inseguito, il desiderio di cambiamento, stia in qualche modo per prendere una direzione che non avresti mai immaginato.

Hai mai provato a pensare come sarebbe la tua vita altrove? A cosa potrebbe mancarti? A cosa potresti appigliarti?

Carla, lontana dalla sua Sicilia, ma così vicina col cuore, riesce a fare un’analisi di quanto, nonostante gli spostamenti, nonostante gli affetti lontani, ognuno di noi riesca a ricrearsi una propria microsfera affettiva e che in fondo… siamo tutti migranti.

“Quando ripenso a quest’anno e mezzo trascorso a Nashville, la prima cosa che mi viene in mente sono i visi delle persone che hanno reso questo posto così bello e accogliente. Una ricchezza di caratteri e culture che mi hanno fatto da subito sentire a casa. Non importa da dove vieni e che lingua parli, dopo qualche minuto di conversazione salterà sempre fuori che “da dove vengo io succede la stessa cosa!”. Le nonne cercano di farti ingozzare come un wurstel, al sud si ama la lentezza, la politica fa schifo, l’ospite è sacro, ecc. ecc. Che tu venga dall’Italia, dall’Iran, dal Giappone, dal Perù o dall’America, in un modo o nell’altro si finirà per sentirsi un po’ complici e vicini.

Le amicizie “americane” sono la mia ricchezza. Provo a guardare il mondo attraverso i loro occhi e mi sento piena. Scopro ogni giorno cose nuove e atteggiamenti nei confronti della vita che mai avrei immaginato.

Le amicizie “americane” sono però anche la mia debolezza. Perché “When you got nothing, you got nothing to lose”, ma quando hai tanto ti senti piccolo e vulnerabile.

Ed è così che mi sono sentita a fine Gennaio di quest’anno.

Prima di spiegarvi cosa sia successo in quei giorni devo però fare un passo indietro per parlarvi di Azade.

Azade, 30 anni compiuti quest’anno come me, capelli e occhi scuri che in Italia definiremmo “mediterranei”, è stato uno dei miei primi incontri americani. L’ho conosciuta ad un corso d’inglese e di lei mi colpirono immediatamente la sua sterminata cultura e l’amore per la bellezza. Tempo dopo, scavando più a fondo, ci siamo scoperte affini su molte cose. Dall’arte alla letteratura, dalle serie TV al cinema, arrivando fino alle discussioni sui massimi sistemi, Azade è per me qui a Nashville uno di quelli che gli americani chiamarebbero “kindred spirits”.

Come molti qui a Nashville, Azade è arrivata un paio di anni fa insieme al marito Mohammad con una valigia carica di paure e speranze. Ha lasciato il suo amato e splendido Iran per seguire gli studi di dottorato di Mohammad, ma nello stesso tempo ha proseguito -a distanza- i suoi studi.

A dicembre 2016, dovendo portare a termine e poi discutere la sua tesi di dottorato in Letteratura Persiana presso l’Università di Shiraz, Azade mi annuncia che tornerà in Iran per diversi mesi. È preoccupata all’idea che qualcosa possa andare storto ma cerco di rassicurarla. “Ma figurati, stai tranquillona! Piuttosto al tuo ritorno ti saluteremo Dottore in Filosofia e faremo una grande festa!” le dico.

Azade parte mercoledì 25 gennaio per Shiraz. Appena arrivata all’aeroporto di Doha dove l’aspetta una lunga attesa prima del successivo volo per l’Iran, chiama il marito. Mohammad è agitato, al telefono le spiega che è da poco uscita la notizia che il presidente ha intenzione di firmare un nuovo ordine esecutivo sull’immigrazione e che questo vieterebbe l’ingresso negli Stati Uniti a persone provenienti da sei Paesi musulmani, tra cui anche l’Iran. Cosa fare? Aspettare di vedere cosa accade e rischiare di rimanere separati per chissà quanto a lungo?
Azade e Mohammad scelgono di non rischiare e comprano immediatamente un biglietto di ritorno per il mattino dopo. Azade riabbraccia brevemente la sua famiglia e la saluta solo poche ore dopo. La saluta con l’animo di chi parte e non sa se e quando tornerà. Riprende la valigia in mano e via di nuovo in aeroporto. Mohammad intanto aspetta, divorato dagli attacchi di panico, piccolo e vulnerabile di fronte all’impossibilità di fare altro.

Azade supera il controllo passaporti poco prima che l’ordine venga firmato. Per una manciata di ore ce la fa. Da quel momento in poi le notizie di famiglie frammentate e di persone bloccate in aeroporto sono all’ordine del giorno. E il resto lo conosciamo tutti bene.

credits @aviatepress

Quando ho riabbracciato Azade mi sono sentita sollevata e stupida al tempo stesso. Stupida per l’ottimismo e la sicurezza con cui l’avevo salutata, pensando che nulla potesse andare a storto perché nella vita di ogni giorno queste cose non succedono.

In seguito a quanto accaduto, l’Università di Shiraz ha offerto ad Azade la possibilità di discutere la propria tesi di dottorato via Skype.

La vicenda di Azade ha avuto quindi un finale più o meno lieto, perché nonostante siano oggi bloccati all’interno degli Stati Uniti, lei e Mohammed sono insieme e con la prospettiva di completare i loro percorsi di studi. Ma non tutti hanno avuto la stessa fortuna.

Da Novembre ad oggi, durante gli innumerevoli cortei di protesta contro le scelte politiche della nuova presidenza, una parola ha risuonato forte e chiara: empatia.

credits @katiecturner

Sono state scritte pagine e pagine su questo argomento e non ho la pretesa di potere darne una definizione con la mia filosofia spicciola da bar. Ma vivere quei momenti di ansia e di rabbia mi porta a credere che empatia -forse- non è pensare “poverino!” o commiserare chi ci sta accanto. Empatia è dire “e se fossi io?”, “e se Azade fosse mia amica/mia figlia/mia moglie?”.

Empatia è allora – forse – scrollarsi di dosso ogni pregiudizio e andare oltre l’apparenza e rendersi conto che dietro ogni persona ferita può esserci un nostro spirito affine.”