Stoccolma, 7 aprile

Stoccolma, 7 aprile

Il 7 aprile pensavo alla Carli: anzi qualche giorno prima le ho persino scritto un messaggio che solo una tonta come me avrebbe potuto inviare!

Bimbaaaaa domenica è proprio dietro l’angolo!” e sì, perché l’8 aprile la Carli aveva un appuntamento importante, il suo matrimonio! Peccato che l’8 era sabato ed io ovviamente queste gaffe non me le risparmio mai. Ma proprio mai!

Il 7 aprile dunque mi sono tatuata ovunque messaggi tipo ” Scrivi alla Carli” o ” CARLI: MSG ORA!” o ancora “Stockholm”.

Questi post-it e le scrittine sulle mani sono stati più che superflui, perchè a ricordarmi di scriverle c’ha pensato il mondo. E lei mi ha risposto, come lei mi hanno risposto tutti, ma proprio tutti coloro a cui ho mandato il mio messaggio per sapere se stavano bene. Un respiro di sollievo e poi di nuovo, con Valentina, una raffica di messaggi.

Ora mi viene in mente la canzone di Brunori “Uomo nero”, che ho ascoltato in versione acustica e live qualche giorno fa a Vasto:

Ed hai notato che l’uomo nero
Semina anche nel mio cervello
Quando piuttosto che aprire la porta
La chiudo a chiave col chiavistello
Quando ho temuto per la mia vita
Seduto su un autobus di Milano
Solo perché un ragazzino arabo
Si è messo a pregare dicendo il corano

Ecco lo siamo tutti. Siamo tutti un po’ uomini neri, un po’ tarlati, mi ci sono sentita anch’io quando al primo “Non ci posso credere” Valentina mi ha risposto  secca e svedese “Ne muoiono così tanti in Siria..”. Ecco io mi sono sentita automaticamente un frammento di quella grande porzione di mondo che vive e si muove per stereotipi.

Mi ha fatto pensare: poi ho forse giustificato me stessa per il forte attaccamento alla città, alla cultura svedese, all’idea che si ha della Svezia (ecco di nuovo, santissimi luoghi comuni); quel posto è per me in primis, così perfetto, pulito, sicuro, schematicamente funzionante!

Jag är med dig 🇸🇪@spinstamatic

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Sono ancora convinta che la Svezia sia così, anzi, dal 7 aprile sono certa che la Svezia sia ancora meglio di come l’ho costruita nei miei archetipi mentali: la tolleranza è una cosa, l’amore è un’altra. Se essere in grado di tollerare ed accettare la diversità culturale, di non renderla sinonimo di paura, è il frutto di alcune società moderne e intellettualmente elevate, è altrettanto vero che vedere e respirare una società in grado di amare e di essere solidale, significa invece avere il privilegio di essere esclusivista di questi sentimenti.

La reazione è tutto, nel bene e nel male. Ti smaschera, ti destruttura come individuo e come collettività.

Ecco il 7 aprile aprile della Carli, di Stoccolma e della Svezia.

“Il 7 aprile è stato un giorno strano. Per me e soprattutto per tutta la Svezia.

Primo pomeriggio, mi stavo dirigendo verso casa, ero al telefono con un’amica che si trovava in centro e ad un certo punto abbiamo capito che stava succedendo qualcosa di strano ed inusuale. La gente correva impaurita, il panico si era improvvisamente impossessato della città. E poi le due parole che accostate insieme fanno venire i brividi: camion e strada pedonale. E abbiamo capito cosa stava succedendo.

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Quello che è successo in molte altre città europee, quello che in modi diversi succede tutti i giorni nelle più e meno remote parti del mondo.
Non voglio stare a raccontare la morte o quello che già tutti sanno. Voglio invece raccontare quello che ho visto, ovvero la vita, una specie di rinascita, dopo un fatto improvviso e nonostante tutto inaspettato, un lutto che ha mostrato un lato degli svedesi che non si vede spesso.

Come dico sempre da quando abito in Svezia: se non si vede non significa che non c’è.

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L’umanità, il calore, la solidarietà che di solito associamo ai popoli del sud, qui sono un po’ nascosti. E allora magari si crede che siano assenti, che il loro DNA non ne sia dotato. Ma venerdì 7 aprile qualcosa di orribile ha scatenato qualcosa di bello. E dalla sera stessa quel luogo deturpato si è riempito di fiori.

E quando la città era paralizzata le persone si sono aperte e hanno aperto le proprie case per accogliere chi non riusciva a tornare a casa. E non è cominciata la gara all’odio religioso, anzi la gente ha sentito che proprio in quel momento erano l’amore e la tolleranza a dover essere mostrati con ancora più forza. Piccoli gesti importanti, fiori regalati ai poliziotti per ringraziarli del lavoro fatto, bigliettini di forza e speranza sparsi un po’ ovunque.

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Ho sentito la dignità di questo popolo, così razionalmente bello. Li ho perdonati per quella freddezza granitica che a volte mi amareggia, quegli sguardi schivi, quei silenzi glaciali che possono aleggiare nei luoghi pubblici. Ho amato questa reazione così posata. La città subito si è rimessa in moto, ma con pacatezza e senza fare guerre a questa o quella religione. Certo, molte sono le domande da farsi e molte le questioni roventi riguardo all’immigrazione, e alle politiche che troppo spesso mostrano grosse falle. Ma allo stesso tempo, forse è proprio adesso che la città ha mostrato tolleranza e amore.

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Questo giorno poi per me è particolarmente significativo perché proprio il giorno dopo, l’8 aprile, mi sono sposata.

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La sera dell’attentato avevo così tanti sentimenti, un miscuglio di paura e tristezza e rabbia e egoismo (proprio oggi?!). Poi però il giorno dopo, quando siamo a arrivati al bel municipio, Stadshuset, ho sentito che quello era davvero il modo migliore di ricominciare la vita a Stoccolma, celebrando l’amore nel cuore della città, quel cuore che poche ore prima era stato ferito a morte. E allora il mio piccolo matrimonio è diventato per me e per le persone a me care simbolo di rinascita e speranza.”

Se è assolutamente necessario che ci siano reazioni che servano a qualcosa, direi che il mondo dovrebbe iniziare a percepire l’amore come quotidiana normalità, ed è irrinunciabile che essa ci sia.

 

Auguri Carli, tanta normalità a te, Patrik e Ada.